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Sabato, 03 Ottobre 2026 18:05

Come il TFR può farti uscire prima dal mondo del lavoro grazie a “RITA”

La Rendita Integrativa Temporanea Anticipata costruisce un ponte economico tra la fine dell’attività lavorativa e l’inizio della pensione di vecchiaia. (di Claudio Camboni)

Quando si parla di pensione, il pensiero va quasi sempre ai contributi versati all'INPS e all'età in cui sarà possibile smettere di lavorare. Esiste però un altro elemento che può avere un ruolo decisivo nella costruzione dell'uscita dal lavoro e al quale troppi lavorati non pensano: il TFR. Se destinato alla previdenza complementare, infatti, il “Trattamento di Fine Rapporto” può trasformarsi nel tempo in un capitale previdenziale che, in determinate condizioni, permette di costruire un ponte economico tra la fine dell'attività lavorativa e il momento in cui si raggiunge la pensione di vecchiaia. Lo strumento attraverso cui questo meccanismo diventa particolarmente interessante si chiama RITA, acronimo che sta per Rendita Integrativa Temporanea Anticipata.

Il punto fondamentale è capire che RITA non è una pensione INPS anticipata e non permette di modificare la data in cui si matura il diritto alla pensione pubblica. Il suo funzionamento è diverso: consente di utilizzare, prima della pensione di vecchiaia, una parte o tutto il capitale accumulato in un fondo pensione sotto forma di erogazione periodica. In altre parole, il lavoratore può decidere di interrompere l'attività prima di raggiungere l'età della pensione di vecchiaia e utilizzare la propria previdenza complementare per finanziare gli anni che lo separano dalla pensione pubblica. Il COVIP, ossia l’organismo di controllo dei fondi pensione, definisce infatti RITA come l'erogazione frazionata del montante accumulato nella previdenza complementare fino al raggiungimento dell'età prevista per la pensione.

Ed è proprio qui che il TFR assume una nuova prospettiva. Per un lavoratore dipendente, il TFR può rappresentare una delle principali fonti di finanziamento della previdenza complementare: in caso di adesione a un fondo pensione, il TFR in via di maturazione può essere destinato a un fondo personale (PIP) o un fondo di categoria. Nel tempo, il TFR conferito al fondo si può sommare a eventuali contributi del lavoratore e del datore di lavoro nonché ai rendimenti della gestione. Inoltre gode di una tassazione nettamente più favorevole rispetto agli stessi soldi in azienda.

Il meccanismo può quindi essere visto come una sorta di "ponte previdenziale" che si attiva normalmente fino a 5 anni prima dell’effettiva età pensionabile. La pensione anticipata, ordinaria o di vecchiaia dipende dai requisiti contributivi previsti dalla legislazione previdenziale e viene erogata dall'INPS. RITA, invece, dipende dalla posizione accumulata nella previdenza complementare e dai requisiti specifici previsti dalla normativa.

Esiste inoltre una seconda possibilità particolarmente interessante per chi rimane senza lavoro per un periodo più lungo: RITA può essere richiesta anche da chi è disoccupato da più di 24 mesi, ha almeno cinque anni di partecipazione alla previdenza complementare e raggiunge l'età della pensione di vecchiaia entro i dieci anni successivi al completamento del periodo minimo di disoccupazione.

Il vantaggio strategico diventa evidente. Una persona potrebbe decidere di non attendere necessariamente l'ultimo giorno utile per lasciare il lavoro, ma di programmare per tempo una fase di transizione finanziata dalla previdenza complementare. Per fare un altro esempio pratico, iniziando a versare il TFR in tempo e attivando un contributo volontario, con le regole di oggi è possibile lasciare il mondo del lavoro a 62 anni invece che 67 sfruttando RITA. Il fondo pensione diventa così non soltanto uno strumento destinato a integrare la pensione futura, ma anche una possibile fonte di reddito negli anni immediatamente precedenti alla pensione di vecchiaia. Naturalmente, tutto questo dipende dalla quantità di capitale accumulato.

Ecco perché, in questo caso, la domanda corretta non dovrebbe essere semplicemente "quanto TFR avrò?", ma "quanto capitale previdenziale mi serve per smettere di lavorare prima?". La differenza è sostanziale. Se l'obiettivo è uscire dal lavoro, ad esempio, alcuni anni prima della pensione di vecchiaia, bisogna stimare il reddito necessario per coprire quel periodo, considerare le altre eventuali entrate disponibili e verificare quanto potrebbe essere erogato dal fondo pensione attraverso RITA. E’ possibile stimare un montante di circa 35/40.000 euro lordi per andare in pensione cinque anni prima con 1300 euro al mese. Che significa mettere da parte circa 2000 euro all’anno per almeno vent’anni. Il resto verrà coperto dai rendimenti e dall’interesse composto.

Anche il contesto pensionistico molto variabile rende questo ragionamento sempre più interessante e centrale. I requisiti della pensione pubblica sono soggetti a modifiche e adeguamenti alla speranza di vita. L'INPS ha comunicato, per esempio, che l'età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028, mentre aumenteranno anche i requisiti contributivi per la pensione anticipata ordinaria.  Questo rende ancora più importante non affidare l'intero progetto di uscita dal lavoro esclusivamente alla pensione pubblica.

Il concetto, quindi, è semplice: il TFR può diventare una leva per anticipare l'uscita dal lavoro, ma non perché anticipi direttamente la pensione INPS. Il suo ruolo può essere quello di alimentare la previdenza complementare e, una volta raggiunti i requisiti previsti, permettere di utilizzare il capitale accumulato attraverso RITA come reddito-ponte fino alla pensione di vecchiaia.

La vera forza di questa strategia sta nella programmazione. Un lavoratore che inizia molti anni prima a destinare il TFR a un fondo pensione, magari aiutandolo (e aiutandosi) con un suo contributo volontario (per altro deducibile fiscalmente) ha sicuramente molte più opportunità e possibilità rispetto a chi, semplicemente, aspetta senza agire. (claudio camboni)